Buoni insegnanti creano un mondo migliore.

Intervista con Prescott Price, CEO di ‘Lesson for Life’, una fondazione dedicata all’educazione dei bambini sub-sahariani.

 

Caro Prescott, grazie mille per l’intervista. Andiamo direttamente al punto centrale del tuo lavoro così importante e difficile: qual è il vostro budget per l’educazione? Quanti bambini riesce ad educare ‘Lesson for Life’ con essi?

In quest’anno, il 2017, il nostro budget per l’educazione è stato di 1,9 milioni di euro. Si tratta di un piccolo ammontare sulla scala degli investimenti totali dell’educazione, ma è molto importante per i bambini ei membri della comunità che aiutiamo.

Raggiungeremo circa 25000 bambini, molti dei quali non sarebbero andati a scuola senza il nostro aiuto. Questo è il nostro obiettivo fondamentale: che un sacco di bambini possono andare a scuola. Allo stesso tempo lavoriamo con le comunità di questi bambini, per aiutarli a capire e comprendere i benefici dovuti al fatto che loro bambini vadano a scuola.

Quali sono le abilità più importanti che volete insegnare loro?

In queste aree già mandare i bambini di andare a scuola può fare la differenza e aumentare drammaticamente le loro opportunità future. I nostri bambini vengono da comunità rurali, e quando torneranno indietro l’agricoltura di sussistenza sarà parte della loro vita, ma ora saranno in grado di comprendere la scienza agraria, qualcuno di loro aprirà un suo negozio, saranno in grado di avere un lavoro o di aprire un conto corrente, di trovare clienti, di vendere, di acquistare. Stiamo parlando di una transizione che li farà diventare veri e propri agenti economici; e questo è il modo migliore per sostenere lo sviluppo dell’economia di un Paese.

La tua Fondazione Opera in Africa, che di certo è l’ultima area del mondo se si considera l’istruzione scolastica. Ci sono aree di questo tipo anche nel mondo occidentale?

Il report per l’Unesco del 2016 dice che nei paesi sviluppati la percentuale di bambini che non va alle scuole secondarie del 6% mentre nell’Africa subsahariana è il 58%, così le dimensioni del problema sono chiaramente molto diverse.

Lavori in una fondazione concentrata sull’educazione. Credi che sia qualcosa che dovrebbe essere gestito da istituzioni private come la tua o che dovrebbe restare pubblico mentre i privati debbano educare dove settore pubblico non è presente?

Se parliamo del possesso delle istituzioni educative non ho alcun problema. Se parliamo invece del modo nel quale l’educazione è gestita, credo che nell’Africa subsahariana i governi dovrebbero trovare tutte le risorse necessarie per dare a tutti i bambini le possibilità di essere educati fino alla scuola secondaria.

Nel mondo occidentale tutti ci aspettiamo di essere educati e crediamo nell’educazione, ma quando ho cominciato a viaggiare nelle scuole subsahariane mi sono sorpreso rispetto al grande numero di bambini in ogni classe, o rispetto al fatto che non ci fossero insegnanti o scrivanie, e che ci fossero scuole circondate dal filo spinato. L’unica cosa importante qui, alla fine, è avere una scuola.

‘Lessons for Life’ è dedicata all’educazione dei bambini africani, che di certo è il più importante punto di partenza. Come possiamo educare questi bambini dopo la scuola primaria insegnando loro abilità più tecniche? Credi nel coaching digitale a distanza?

Molte ricerche hanno dimostrato che l’educazione non di persona non sempre funziona con i bambini, e possiamo facilmente capire il perché solo prendendo in considerazione il livello di concentrazione che possono avere con o senza l’insegnante all’interno dell’aula. Possiamo anche utilizzare tutti gli strumenti di insegnamento possibili, includendo i libri e il digitale, ma, specialmente con gli studenti più giovani, è spesso l’insegnante quello che fa la differenza. La vita di ognuno di noi è stata segnata dal percorso svolto con qualche buon insegnante.

Potresti indicarci il tuo prossimo obiettivo nella tua attività educativa?

Riguardo ‘Lesson for Life’, anche se si tratta di una piccola charity, desidero che sia molto efficace nella sua azione e nella soluzione di questo grande problema. Dal lato personale, sto imparando ad essere un CEO, ho lavorato nella finanza nel passato e ora sto lavorando su qualcosa di più grande.

Solo chi sogna diventa campione. Me lo ha detto una medaglia d’oro.

 

Daniele, sei il primo fiorettista al mondo. Come si vince una medaglia d’oro?
Possiamo dire che si vince come tutte le gare ma si conquista in una vita. Bisogna metterci un enorme impegno. Ho cominciato a sette anni e ho sempre sognato quella medaglia, e averla raggiunta è stata proprio la realizzazione di un sogno. Quello che serve è un mix di fortuna e talento, e soprattutto tanta voglia di lavorare.
(altro…)

Diana Bacosi mi ha insegnato come allenare la mente.

Allenare la mente. La forza del tiro a volo.

Salve Diana, ci racconti come effettivamente venga allenato uno sportivo del tiro a volo?

Un atleta della mia specialità viene innanzitutto istruito alla routine, potremmo dire quasi alla monotonia. Come tutti gli sportivi ci alziamo la mattina presto, ripetiamo tutti i giorni quello stesso gesto, che alleniamo all’infinito, tentando di farlo diventare quanto più automatico possibile.

(altro…)

Due chiacchiere con Maurizia Cacciatori…

Di cosa si occupa oggi Maurizia Cacciatori?

Dopo la lunga esperienza nello sport e nelle esperienze televisive sono impegnata anche come coach nel mondo aziendale.

Qual è la caratteristica principale di un buon coach, sportivo o aziendale che sia?

Partiamo dal presupposto che ogni squadra ha un dna differente, e che nelle squadre vincenti, che non sono quelle che vincono sempre ma quelle che hanno la mentalità di essere vincenti, il senso dell’obiettivo è molto chiaro e molto nitido. Quindi qualunque sia il profilo di un giocatore, di un atleta, di una persona che lavora in azienda, quello che conta è che sia totalmente acquisito che si tratta di un obiettivo di squadra. Alcuni giocano più per l’individualità, ma spesso e volentieri chi esula dal gruppo alla lunga viene emarginato. Nelle grandi squadre anche i grandi attaccanti sono propensi a capire il valore di chi gli passa la palla. Mi riferisco soprattutto ai grandi giocatori, che altrimenti non sarebbero a quel livello. Sviluppare questo senso dell’obiettivo comune è una parte fondamentale del lavoro di un buon coach, sportivo o aziendale che sia.

Ha partecipato alle Olimpiadi di Rio 2016 come intervistatrice. Che cosa ricorda sul piano sportivo?

Onestamente credo di aver assolutamente visto in tutti gli atleti italiani che ho intervistato, sia medagliati che non, quella mentalità vincente, quel senso dell’obiettivo, quella ricerca di miglioramento quotidiano, settimanale o stagionale, che è certamente la chiave di ogni grande performance sportiva.

Nella sua attuale attività professionale è specializzata nello sviluppo di team e nel miglioramento delle capacità di leadership nel mondo aziendale. In cosa consiste?

Ho derivato le mie tecniche di coaching dall’attività sportiva. Infatti il mio lavoro come coach aziendale consiste soprattutto nel creare un corretto ambiente di team building, in cui, come appunto dicevo a proposito della mentalità sportiva, le persone possano comprendere l’importanza e la necessità di avere un obiettivo di gruppo e non soltanto individuale. Per farlo porto gli allievi dei corsi anche a giocare insieme, e le conseguenze per loro sono sia di comprendere l’importanza del gruppo per ottenere i risultati, sia nello sviluppo di relazioni tra le persone che spesso, limitate a dinamiche di ufficio nei rapporti, non entrano in quella conoscenza dell’altro che invece favorisce il team building e quindi il senso dell’obiettivo, che, ricordiamolo ancora, è il principale ingrediente della squadra vincente. In definitiva possiamo considerare questo aumento delle capacità di networking del gruppo come base del miglioramento della performance collettiva.

Ma questo aumento delle relazioni non è portatrice di per sé di ulteriori conflitti? Più aumentiamo le possibilità di relazione più aumentano i confronti su ogni aspetto.

Sicuramente è così, ed è per questo che la caratteristica principale del leader risiede nella sua capacità di ascolto in quanto, oltre ad avere i modi giusti di relazione con tutti, deve anche saper riassumere le specificità che su ogni punto gli vengono portate.

Come formatrice applica metodi diversi per formare donne o uomini?

Direi piuttosto che le stesse cose hanno conseguenze diverse tra donne e uomini e che nel raggiungimento dell’obiettivo vincente le due sensibilità, seppure diverse e forse utili per fare al meglio cose diverse, sono complementari ed entrambe indispensabili.

Cosa direbbe per far comprendere l’importanza del coaching a chi non ha mai partecipato ad una sessione?

Io dico: fate questa esperienza, capirete molte cose nuove e vedrete quello che fate in un modo diverso.

Cosa mi ha detto il Senatore D’Anna ?

Modello tedesco? Non proprio, anzi ‘Nominellum’ all’italiana..

Intervista al Senatore Vincenzo D’anna, di Ala

Senatore, ci parli di questa legge elettorale basata sul modello tedesco:

Tedesco per modo di dire! Si prepara una legge elettorale per sostituire il porcellum , ma mi sento di dire che si chiamerà NOMINELLUM.

ppure ci viene proposto come un punto di equilibrio ottimale tra democrazia e governabilità. Perché invece da noi non dovrebbe funzionare?

Semplicemente perché non è il modello tedesco. Provo ad indicare gli elementi che determinano chi viene eletto, non comprensibili agli elettori in modo semplice:

– TUTTI i seggi sono attribuiti con il metodo proporzionale fra le liste che superano il 5%;
– c’è un unico candidato “blindato” che è il capolista del listino;
– i collegi uninominali definiscono solo “chi” entra e non “se” entra;

Fantasticamente,  non necessariamente chi “arriva primo” in un collegio uninominale vince.

Ecco alcuni esempi:
a) il candidato collegato alla Lista A è primo nel suo collegio, ma la stessa lista ottiene un solo seggio: il seggio viene attribuito al capolista e non al candidato che ha preso i voti;
b) il candidato A e il candidato B collegati alla lista X arrivano primi nei rispettivi collegi e A ha più voti totali di B, ma il quoziente elettorale di B è più alto di quello di A. Se alla lista X spettano 2 seggi, il primo sarà sempre attribuito al capolista del listino, mentre il seggio spettante alla “quota collegi” sarà quello del candidato B che ha il quoziente elettorale maggiore, dato dal rapporto fra i voti validi del candidato ottenuti in tutto il collegio e il totale dei voti validi del rispettivo collegio. Quindi A pur avendo vinto nel suo collegio (e con un sacco di voti) rimane trombato.

Non essendo possibile il voto disgiunto, né l’appoggio di più liste ad un unico candidato del collegio uninominale, l’elettore si deve prendere tutto “il pacchetto” ed è anche indotto in errore perché sicuramente sarà convinto di votare “in prima battuta” per il candidato del collegio uninominale.

Senatore, non ci abbiamo capito molto, ma alla fine chi va in parlamento?

Comprendo la difficoltà nella comprensione della legge, ma proviamo ad approfondire:

– in ogni circoscrizione i seggi ottenuti da una lista vengono così attribuiti:
a) per primo viene eletto il capolista del listino bloccato;
b) a seguire i candidati della lista arrivati primi nei collegi uninominali in cui è suddivisa la circoscrizione. La suddivisione in collegi uninominali serve quindi solo per fare due graduatorie per ciascuna lista: quella dei candidati che hanno vinto (disposti in ordine decrescente di quoziente elettorale) e quella dei candidati che non hanno vinto come classifica dei “migliori perdenti”, eventualmente selezionati se si devono assegnare ancora seggi;
c) se la lista deve avere ulteriori seggi si passa, quindi, agli altri candidati del listino circoscrizionale, seguendo l’ordine di presentazione (è una lista bloccata);

In Parlamento vanno quindi i nominati dei grandi partiti, e nessun altro, nemmeno se ha tanti anzi tantissimi voti nel suo collegio.

 Ed è possibile una cosa del genere?

Assolutamente. Non a caso si richiedono le sottoscrizioni (firme) degli elettori sia per presentare la lista, sia per presentare i candidati nei collegi uninominali, ma nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere. Dato che l’intenzione sembra essere quella di votare a settembre o ottobre ciò significherebbe che chi “sta fuori dal club” dovrà raccogliere le firme dei cittadini-elettori del collegio/circoscrizione, debitamente autenticate e certificate nei mesi di luglio e agosto.

Senatore, continuiamo a non comprendere bene tutti i tecnicismi ma ci sembra di capire che ci sono parecchi filtri attivi nei confronti di chi non può sbandierare grandi marchi politici in tv tutte le sere. Ma qual è lo scopo di una legge che farà entrare in Parlamento solo i nominati dai leader dei partiti e movimenti e non dagli elettori?

Su questo, lascio a ciascuno le sue conclusioni.

Giuseppe Amodio - Copyright 2020 - P.I. 03111640599 - Privacy Policy